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CREMA GIOVAN BATTISTA

Ferrara, 1883 – Roma, 1964

Nato il 13 aprile 1883 da famiglia benestante, Crema si avvicina alla pittura sotto la guida del pittore Angelo Longanesi Cattani dopo aver terminato gli studi classici; dal 1899 al 1901 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove segue i corsi di Palizzi, Cammarano e Morelli, spostandosi in seguito all’Accademia di Bologna.
Nel 1901 partecipa alla III Esposizione d’arte a Livorno; due anni dopo espone alla Promotrice di Firenze e si trasferisce a Roma con la madre rimasta vedova. Nel 1904 prende parte alla Mostra della Società degli Amatori e Cultori, ripresentandosi l’anno successivo con il polittico di tema sociale L’istoria dolorosa dei ciechi, donato alla Pinacoteca di Ferrara e descritto da De Pisis in un articolo del 1922: “v’è la tecnica puntinistica con accordo ardito di ultravioletti, rossi, giallolini, che aveva fatto fortuna in Francia!”. Insieme all’attività pittorica porta avanti quella giornalistica, collaborando col periodico fiorentino «Arte e storia» e con i giornali di Ferrara.
Nel 1907 partecipa all’Esposizione di Belle Arti di Roma con una sala personale. La sua pittura appare influenzata dalle tematiche sociali diffuse nella capitale in quel periodo, come dimostrano i ritratti di proletari a carboncino o a olio quali I lavoratori notturni della stazione di Termini, e le illustrazioni per l’«Avanti della domenica». Come ha rilevato Lucio Scardino (1993), “già in questa fase populista si avvertono inclinazioni – che poi diverranno “esclusive” – per un paesaggismo dagli accenti simbolisti […] o per la compiaciuta rappresentazione dei riti borghesi, soprattutto femminili, in affinità quindi con altri divisionisti mondani della capitale […] I temi sociali (impregnati comunque d’una palese carica spiritualista) si trasformarono quindi sempre più in evocazioni compiaciute di auliche e lugubri leggende, ambientate in una Roma mitica o recuperate da una Ferrara torbida e dannunzianamente ‘città del silenzio’”. Seppur accomunato a Previati per il tono mistico delle opere, Crema si esprime attraverso un divisionismo sui generis, di tipo più decorativo: proprio di ciò lo accusa De Pisis, trovandosi “d’accordo con il Crema che il quadro ha da essere decorazione e si può intendere anche solo in questo senso”, ma ponendo maggiore attenzione allo ‘spirito’ dell’opera.
Renato Breda (1994), nel catalogo dedicato all’opera del ferrarese, ha osservato come fin dagli esordi l’artista si concentri su quelle tematiche che saranno poi una costante di tutta la sua opera: il nudo, il ritratto, le condizioni sociali degli emarginati. Pur affrontando di frequente altri temi quali il paesaggio, le vedute cittadine, la natura morta, soggetto privilegiato risulterà sempre l’uomo, “degno di rispetto, il sentimento della sua vita come espressione esistenzialmente preziosa e irripetibile, l’Artista come testimone privilegiato di questa ‘eterna vicenda’”.
Crema partecipa in quell’epoca a numerose esposizioni italiane ed estere, tra cui l’Esposizione Internazionale di Milano, la Quadriennale di Torino, la Mostra Internazionale di Buenos Aires del 1910 e la Mostra Internazionale di Roma dell’anno seguente, dove due sue opere vengono acquistate dal re. Collabora inoltre con varie riviste e nel 1913 illustra il libro Leggende romane, di Luigi Callari: le immagini sono macabre e cupe, con rimandi al Secessionismo di Franz von Stuck. Accanto a quella pittorica, porta avanti l’attività di saggista, che culmina nel 1910 nel volume La pittura contemporanea, in cui tenta di indicare la direzione per una rinascita dell’arte italica. Nel 1915 parte volontario per il fronte, dove viene ferito in maniera invalidante: a questa esperienza si deve una serie di opere ispirata ai tragici eventi bellici, talvolta particolarmente crude e cariche di angoscia; nel frattempo la stilizzazione divisionista si fa sempre meno marcata, prevalendo un equilibrio tra realismo della rappresentazione e carica simbolista. Nel 1921 partecipa alla Biennale romana presentando, tra gli altri, il grande trittico Parisina Malatesta, opera romantica, connotata da richiami alla Scapigliatura.
Nel 1922, sulla «Gazzetta Ferrarese», esce il sopracitato articolo di De Pisis, che descrive Crema come ‘un adoratore del colore, anzi, un ricercatore quasi in senso scientifico degli effetti d’esso. Egli è convinto che una delle più grandi conquiste della pittura moderna stia appunto nella maggiore intensità e luminosità del colore, in confronto agli antichi, pure sommi’. Allo stesso anno risale la personale allestita a Ferrara presso una galleria di Palazzo Crema, casa natale dell’artista, con una trentina opere. Continua a esporre assiduamente e negli anni Trenta si accosta nuovamente alle tematiche sociali e alla rappresentazione del paesaggio, prediligendo il grande formato.
Nel 1940 viene richiamato in servizio e diventa disegnatore ufficiale del Ministero della Marina: due anni più tardi, alla Biennale di Venezia espone i risultati di tale esperienza; si tratta di opere tutt’altro che retoriche, immagini non di eroi, bensì di uomini provati dalla guerra. Dal 1946, anno di morte della moglie, si dedica con sempre maggiore frequenza a soggetti religiosi, e nel 1950 è tra gli organizzatori dell’Esposizione Internazionale d’Arte Sacra di Roma. Promuove poi la pubblicazione della propria monografia, che esce nel 1954 con prefazione di Gustavo Brigante Colonna, e nel ‘56 effettua una nuova donazione di svariati dipinti alla Pinacoteca di Ferrara. L’ultima personale viene organizzata nel 1961 a Livorno, città del suo esordio; Giovan Battista Crema muore a Roma il 15 dicembre 1964.

Riferimenti bibliografici: De Pisis 1922; Millesimi (scheda) in Pirovano 1992, p. 40; Scardino 1993; Breda 1994; Caroli 2015, pp.136-139, 244.

(Francesca Fontana, 2016)

 

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